Don Carlo (tratto da romanzo inedito)

Don Carlo è la prima figura di sacerdote che ricordo nella mia infanzia. Era un uomo minuto, magro e di bassa statura, stempiato e olivastro. Gli occhiali da vista erano parte del volto, e gli conferivano un quid di severo e semplice al contempo. Due baffetti scuri, sotto un naso importante, incorniciavano una bocca sottile. Era capace di mutare la sua espressione repentino come un lampo e di velarsi di un’ombra oscura come la notte e vivace come il fuoco tale da accendere una tensione palpabile, come fosse fatta di materia, nella platea di fedeli raccolta in chiesa. Una severità che apparteneva solo a lui e a nessun altro ne connotava in quei momenti l’aspetto intero; a un bisbiglio di troppo lo sguardo si infiammava calando giù con mano invisibili, dalle capriate in cemento pitturate del Duomo, una coltre incorporea fatta di silenzio assordante. Non occorreva che scatenasse apertamente la furia, che conteneva invero senza sforzo apparente nella gola; bastava che interrompesse l’omelia e osservasse severo noi laici indisciplinati. Restava in silenzio e questo bastava a gelare grandi e piccini. Muto a osservarci e lanciarci strali di biasimo con lo sguardo. Anche la voce riusciva a contenere la severità e la dolcezza al contempo, a seconda delle occasioni. Una voce ferma e cavernosa, che tratteneva un che di profonda delusione e offesa per la miseria di chi non si era elevato con lui, ferito come un uccello riatterrato violento da un altrove troppo luminoso per restare incompreso, quando riprendeva l’omelia che qualcuno aveva disturbato. Un timbro dolce e quasi seducente per me ragazzina nei momenti in cui nessun fattore, che fosse vivente o meno poco importava, lo indisponeva. E quando iniziai a comprendere il significato di ciò che le sue labbra pronunciavano, cominciai anche ad accorgermi dell’attimo esatto in cui ogni volta gli occhi bruni che incorniciavano luoghi remoti e misteriosi si coloravano di una fiamma sconosciuta, di una brama vivace, il desiderio di entrare nell’anima di ciascuno, energia che fluiva nell’aria bussando alla porta di ognuno, uno per uno con lo stesso fervore e la stessa speranza di non fallire. E vedevo volare le parole tra le finte travature in legno in alto, accarezzare la piccola Madonna di Romania sull’altare maggiore, e fluttuare nel pulviscolo luminoso brillante alla luce che filtrava dalle aperture laterali e poi svolazzare tra le colonne che dividevano le navate. Le vedevo di mille colori sgargianti intrecciarsi nell’aria e riempirla delle note di una musica intensa e misteriosa, silenziosa alle orecchie, vibrante e gagliarda nel cuore, e pervadere ogni angolo della chiesa di una luce eterea, di una forza magnetica che cingeva noi astanti di catene dorate, parole che sgorgavano vive animate da una fiamma immateriale, parole divine che elevavano le anime verso l’alto, parole che qualcuno pareva sussurrargli, e che, di tanto in tanto, lo portavano ad alzare veementi i toni della voce stessa quasi ad accompagnarle verso l’alto. E allora quella voce diveniva sinfonia anch’essa, melodia appassionata e impetuosa che si fondeva con quegli intrecci di lettere dorate e screziate di rosso e indaco, che iniziavano a scorrermi nel sangue. Non so se accadesse lo stesso anche agli altri, se anch’essi avvertissero le mie stesse vibrazioni, ma sentivo un’energia comune fatta delle cellule di ciascuno, che ci univa in un che di superiore e soprannaturale.