Non smetteva di piovere da tre giorni. Il rovinare inesauribile delle gocce sui tetti provocava un fragore ovattato che riecheggiava all’infinito, fondendosi nelle fredde pareti e nel logoro pavimento delle stanze. Un debole fetore di umido proveniva dalle fessure delle vecchie finestre che si affacciavano sul cortile interno dell’istituto, dove cresceva qua e là, nei vuoti creati dal tempo, tra le grigie pietre di porfido, erba incolta. L’oscurità del cielo in tempesta di dicembre, interrotta a sprazzi da lampi violacei, giocava a creare ombre sottili, arcane e misteriose. Là, in quel luogo così buio, dove le minuscole lampade dai vetri smerigliati, poggiate sui comodini in legno nelle camere, illuminavano la sera, in un riflesso imperscrutabile, i lunghi corridoi. E questi si incrociavano nel silenzio, attraversando per lunghezze infinite la vecchia villa a tre piani nella periferia della cittadina…
