Papà procedeva lento e automobili nervose avvezze a quelle strade di montagna ci sfrecciavano a sinistra per superarci. Scorsi d’un tratto, tra sbarre scure poste a protezione da atti vandalici, in un antro in pietra lungo la via, una scultura locale a grandezza umana. Riconobbi la Pietà di Michelangelo.
Fu un bagliore adamantino a colpirmi. Leggermente imbrunito dai fumi delle vetture, dalle ceneri spesso disperse dal vento dalle bocche infuocate del grande vulcano, e dalla tiepida luce del tramonto che filtrava tra grigie nubi che si addensavano su di noi, il marmo dell’opera emanava tuttavia gloria e fulgore propri. Immagine che balenò in fretta come un cortometraggio in bianco e nero. Alla velocità che mio padre decideva premendo col piede l’acceleratore. Eppure quella carne scolpita nella pietra e nel tempo riviveva nella mia mente. Anche quando alla vista scomparve essa continuò a prendermi forma dentro nonostante la fugacità di quell’istante e lo sbiadimento nella nebbia dei ricordi degli studi passati. Prendeva forma il dolore della Vergine. Dolore. Nella radice della parola l’immagine del legno scalfito e lavorato con l’ascia. Dolore che trafigge l’anima, metallo che fende il legno. Cuore accettato, lacerato in frammenti di carne e sangue. Cicatrici preziose. Cicatrici inestimabili.
Una mano invisibile ora plasmava invece la pietra lavica intridendola del soffio della mia anima e del respiro del vulcano. E la misericordia divina insufflava consolazione a quel dolore. E vidi il volto della Vergine. Quieta sofferenza che diradava nel tepore di un amore superiore. Fanciulla. Tempo immobile. Al tempo in cui aveva detto sì. E vidi suo figlio accasciato sul grembo. Adulto. Tempo che scorre, tempo che fugge. Tempo che elude le leggi dell’uomo. La Vergine Madre, figlia di suo figlio, “umile e alta più che creatura”. Il corpo di Lei involto tra mille dolci drappeggi, un nuovo grembo, morbido giaciglio per colui che un tempo aveva sostenuto neonato mentre urlava, cinto dalle dita salde della Madre, i primi vagiti. Mani di Madre sotto esili braccia di bimbo. Teso tra mani strette innanzi al volto innamorato di una Madre ragazzina. Nuove fasce avvolgevano ora la schiena cresciuta del Cristo, e il braccio di Maria se ne serviva con sacra tenerezza per sostenere il busto di lui ora accasciato. Nella stessa posa di quando nasceva: ancora la mano di Madre a cingerlo sotto il braccio. Ma non più eretto innanzi a lei. Ora Egli moriva. E giaceva accucciato. Senza subire la corruzione della morte, pareva riposare fragile e sereno sulle gambe della Madre. Nella culla fatta di vesti e braccia spalancate. Il setoso corpo di colei che bisbigliava un linguaggio silente. Che mi sussurrava dentro. Ogni centimetro di quella statua comunicava accettazione. Le spalle, curve ma fiere di servire Dio, sostenevano, nel mistero della grazia, il peso infinito del mondo. L’urlo silenzioso dello strazio più grande. Viscere nascoste nella pietra che sentivo infiammate come il magma che ribolliva nelle recondite profondità della terra che attraversavamo. Eppure era lava che traboccava e scorreva lenta e sommessa, lungo solchi già scavati, come quella che talvolta raggiunge le pendici dell’Etna… Il vulcano buono.
Ma le braccia, aperte alla quiete del senza inizio nè fine, accoglievano il tempo scolpito. E la dolce zavorra priva di peso. E il volto, lievemente chinato, pareva dire sì, ancora una volta, sì, un sì pacato, alla volontà Suprema del Padre di Lei e di Suo Figlio. Accogliere la vita che lascia la vita, quella che Ella aveva donato alla luce del mondo al suo primo sì. Il capo reclinato, in una piega nascosta agli occhi, del Cristo morto, piega sacra e vellutata, eterea, eppure schiacciata sul braccio della Madre, carne fusa, scolpita nella carne, carne di Cristo crocefisso, carne sottile come piuma al vento, soffio evanescente e immaterico, effimera gravità che pareva anch’essa aver abbandonato il corpo per fondersi tiepido nel braccio della Vergine. E ancora la sua mano, scosta dal ginocchio del Figlio, schiusa leggermente verso il basso, verso il mistero, radici soffiate dall’alto, che crescono nella terra e ritornano al Cielo, nella posa del dolce acconsentire all’invisibile, accoglieva il dolore, la drammatica poesia dettata dal Padre del mondo, senza replicare, sibilando la pena al vento, e, nel silenzio del sì, rimettendo ogni quesito a un volere più alto. Nella luce, luce che accettava la luce. Un unico corpo, un unico raggio di sole.
Un unico blocco di marmo. Nella fissità del tempo eterno.
