C’era una volta una vita in embrione che l’ignoranza arrogante di un medico avrebbe ucciso. Aveva sentenziato l’assenza del battito. Poi è arrivato un Angelo Custode dai capelli lunghi che il battito l’ha sentito, eccome se l’ha sentito, e ha salvato quella piccola vita.
La vita è cresciuta e, ai primi caldi dell’estate del 2015, puntuale all’appuntamento con il mondo, nel giorno previsto da un altro medico, uno umile e sapiente, Giuseppe è nato. Così l’abbiamo chiamato, per ringraziare Dio di aver mandato l’Angelo dai capelli lunghi.
Giuseppe ha sorriso nelle prime ore di vita. Un sorriso che mai dimenticherò e che già diceva tanto.
La specialità palpabile fin da subito riluceva ben presto, chiara come il sole nel cielo trasparente a mezzogiorno. A due anni e pochi mesi Giuseppe fissava in quella piccola grande mente, in un’ora o poco più, l’immagine dell’Italia, le forme e i confini di ogni regione, e indicava col ditino il “capolato” di ciascuna, ripetendo teneramente “blavissimo”. Ricostruiva in pochi minuti quel puzzle del nostro Paese che conservo in un cassetto. Peccato che la Sardegna e il Lazio siano andati persi.
Ricordo che i suoi occhi intercettavano le forme che scorgeva tra quei giochi di bambino che poco gli interessavano e riconosceva la sagoma un pò a mezza luna della Liguria o quella calabrese. Poi la curiosità superava i confini italiani e si estendeva a tutto il mondo. Acquistammo un mappamondo interattivo. Appresa la lezione in poche ore, indicava col pennino i singoli stati di questo mondo, anche i più remoti, recitando le capitali di ognuno. La mattina si svegliava con una domanda sulle labbra: quale fosse la capitale del Suriname o del Lesoto, o di altri territori che erano sfuggiti alla sua analisi.
Giuseppe cresce e impara a leggere e scrivere nel giro di dieci giorni dall’inizio della prima elementare.
Il fuoco che ha dentro matura, troppo in fretta, esonda come un fiume dagli argini di una piccola anima di cinque anni. Divampa; Giuseppe vorrebbe solo che qualcuno lo aiutasse a non bruciarsi. Giuseppe si contiene; è molto educato e alza la mano, dice che sa già come si fanno le moltiplicazioni, le addizioni a quattro cifre a mente, che ha studiato cosa sia il googolplex, ma la maestra lo zittisce, dice che lei stessa non ci ha capito nulla. Non deve andare avanti in autonomia Giuseppe, ribatte poi. Che la classe si confonderebbe. Punto e basta.
Giuseppe comincia ad aver paura, a bagnare il letto, a distrarsi, a scoraggiarsi. E il fuoco lo brucia.
Noi genitori non sappiamo ma capiamo. Proviamo a comunicare con chi è dietro una cattedra, con chi dovrebbe aiutarci, ma lo sguardo di chi è dall’altra parte ormai ci è noto, parla da sé. E loro, non solo non sanno, neanche capiscono. Ignoranza arrogante. Siamo genitori che sopravvalutano il figlio. E’ come tutti gli altri, punto e basta. Come tutti gli altri… anche se, così piccolo, riflette sull’infinito, sulla vita e la morte; filosofeggia sulle rette parallele: non hanno né inizio né fine, allora non esistono, sentenzia. Teme il momento in cui il sole diverrà una gigante rossa, piange con terrore pensando alla morte termica dell’Universo tra miliardi di miliardi di anni.
Poi un altro Angelo ci ascolta davvero, ci dice che esiste un profilo, esiste un quadro diagnostico, in cui forse Giuseppe rientra; che lo possiamo far valutare e certificare. Questa volta anche chi non vuole ci dovrà credere che non è come gli altri.
E così è. Almeno qualcuno comincia a capirlo. Giuseppe cambia scuola. Privata. Il buon senso aiuta chi deve aiutarlo. Ma manca ancora tanto; non si può scommettere solo su questo per il suo futuro.
Giuseppe è figlio nostro, è figlio di questa Italia che ricostruiva a due anni dicendo a se stesso “blavissimo”.
Ha diritto che il suo Paese faccia altrettanto, che, pezzo dopo pezzo, lo aiuti a realizzare il puzzle della sua vita, preparando a capirlo e incoraggiarlo coloro che incontrerà lungo il cammino.
Affinchè ciò che possiede prenda vita, per se stesso e per tutti noi.
L’ignoranza arrogante di chi non sente il battito uccide. Punto e basta.
